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“Stringimi forte…”

Inserito da on settembre 12 – 15:32 | 432 visite

“Questa canzone è per la bellissima Iris, mia madre…”  (Bono, 4/9/2915 , Pala Alpitour, Torino)

La sera del 4 settembre a Torino Iris (Hold me close) è stata presentata così da Bono.

Bono e Iris

Il 9 settembre 2014 quando gli U2 hanno consegnato al mercato Songs of Innocence più di una persona si è sorpresa di vedere come traccia numero 5 dell’album proprio quel nome: Iris.
Quel nome che a volte viene sussurato come un amore lontano e a volte viene urlato come il peggiore incubo nel cuore della notte.

Come tutti sanno la madre di Bono se ne è andata troppo presto (il giovane Paul, non ancora Bono, all’epoca aveva solo 14 anni) lasciando un vuoto enorme a casa Hewson.
Iris Rankin non c’era più e il giovane Paul era più smarrito che mai.

La salvezza per lui arrivò prima di quanto si potesse aspettare (anche se lui ancora non lo sapeva) ed aveva quattro nomi e quattro volti ben precisi: Alison (sua futura moglie), David (meglio conosciuto come The Edge), Lawrence (Larry) e Adam.

Lo dice Bono stesso, è stata proprio la morte della sua amata Iris a renderlo l’artista che è oggi, è stata lei a dargli quella rabbia e anche quella sorta di disperazione che animano spesso molti artisti.
Probabilmente senza il lutto di Iris Rankin oggi non esisterebbero gli U2 o forse non esisterebbero come li conosciamo. Nel bene e nel male il loro background è quello che li definisce oggi come persone.
Le vittore, le sconfitte, le perdite e i momenti belli delle vite di Bono, Edge, Adam e Larry sono le “fondamenta” che li rendono come sono oggi, nella storia della musica contemporanea (considerando la sua sconfinata vastità) non sono poi così tanti i gruppi capaci di leggere un’epoca come sanno fare i quattro dublinesi.

Bono è riuscito a chiamare la madre per nome solo dopo 40 anni ed è davvero un segnale fortissimo questo, Non voleva neanche mettere questa canzone in Songs of Innocence.

Il percorso è stato davvero lungo, snodandosi attraverso molte canzoni, attraversando ogni “era” degli U2.

In I Will Follow e Tomorrow troviamo la disperazione più totale per questa perdita, è negazione pura, non accettazione della perdita e del dolore di un ragazzo ormai ventenne.

Iris non scompare mai dalla discografia degli U2 e dai pensieri di Bono ma spesso non è una presenza visibile. Ogni volta che si parla di Dublino e di adolescenza è come se tornasse prepotentemente in scena il suo fantasma.

In Walk To The Water (b-side del capolavoro The Joshua Tree) Bono si prende un po’ di tempo per fare un affresco molto romantico del primo incontro dei suoi genitori. In alcuni versi viene ripetuto “Let me love you” ed è il giovane Bob (padre di Bono) a dirlo alla sua promessa sposa Iris ma leggendo tra le righe è ancora Bono che parla a sua madre, è Bono che avrebbe voluto continuare ad amarla su questa terra se solo fosse stato possibile.
Il tema viene ripreso ancora nella recente The Crystal Ballroom dove Bono immagina i suoi genitori ballare proprio mentre si esibiscono i suoi U2.
Ancora lei, ancora Iris. Lei che è il motore immobile al centro dell’universo in perenne rivoluzione di Bono.
In questa canzone lei e Bob Hewson sono visti in maniera diversa, Bono canta: “Siamo i fantasmi dell’amore / Infestiamo questo posto / Siamo i fantasmi dell’amore / Su ogni viso.”
I ricordi si inseguono veloci ed ogni segno, ogni ruga, è segno di quelle presenza fortissime.

Achtung Baby non è un disco sull’amore disfunzionale ma potremmo dire che è IL disco sull’amore disfunzionale.
Un alone di disperazione aleggia come uno spettro su tutto il disco (disperazione che non sempre deve essere una cosa negativa vista in prospettiva ma che in alcuni casi, qui, sfocia in “tragedia” come in So Cruel e nella tenebrosa Love Is Blindness).

Iris dov’è qui? È ovunque ma più che altro è in Ultraviolet (Light My Way). Da questo punto cominceremo a parlare di luce più che di tenebra e di uno spettro che di anno in anno fa sempre meno paura a Bono – in questo periodo ormai trentenne – .

Bob e Iris

La radiazione ultravioletta è un intervallo di radiazione elettromagnetica che ha una lunghezza d’onda immediatamente inferiore alla luce che noi esseri umani possiamo vedere ad occhio nudo.
Il nome significa proprio “oltre” il violetto che è l’ultimo colore che l’uomo percepisce ad occhio nudo.
La prima fonte di luce ultravioletta è Sole.

Questa piccola digressione fisica ci è utile per capire tutti i riferimenti fatti da Bono su questo “gioco” tra luce e ombra, tra visibile ed invisibile.

Ultraviolet non è solo una canzone d’amore di Bono per la sua Alison, è molto di più. È ancora una volta la storia di Bob e Iris, di una Dublino grigia dove è difficile vedere una luce che possa risplendere.
È ancora Bob che ormai vedovo vorrebbe la sua Iris al suo fianco per illuminare la loro via, è Bono che più che mai ha bisogno della sua musa Alison.
L’amore è come luce ultravioletta: c’è e la possiamo sentire questa luce su di noi ma non possiamo vederla.
Facendo qualche salto temporale dal 1991 al 2014…
Ultraviolet – – – > Iris: i versi iniziali di Iris recitano proprio “La stella che ci dona la luce / è scomparsa per un po’ / e non è un’illusione”.

In tutta la canzone ci sono molti riferimenti alle stelle “Sono sicuro di averti già conosciuta / Molto prima di quella notte quando le stelle si sono spente /Ci incontreremo ancora” e ancora “Le stelle sono luminose ma lo sanno / L’universo è bellissimo ma gelido”.

Un universo gelido e privo di luce come sarebbe questo mondo senza il Sole.
Un universo gelido come è la vita di un’adolescente a cui la vita porta via la madre così.

Anche i cori all’inizio della canzone sembrano confermare questo link. Le voci piene di echi, come a richiamare ancora una volta i fantasmi, sembrano ripetere “Oh sugar / I don’t want to let go.”
“Oh sugar” sono due semplici parole che Bob Hewson rivolgeva spesso alla sua Iris ed infatti sono presenti anche nel testo di Ultraviolet. Tutto inizia ad intrecciarsi.

Troviamo ancora un altro riferimento passando per Song For Someone perchè “Se c’è una luce / Non puoi sempre vederla” e quindi ritorna ancora questo concetto della luce, questo gioco di visibile ed invisibile.

Un concetto semplice che si esprime con una lampadina accesa.
Una lampadina accesa in una stanza che puoi essere la luce guida nella notte (Ultraviolet ancora) o una lampadina accesa sopra un palco.
La luce guida ora c’è, è accesa ma non sempre riusciamo a vederla.

Tutto torna, intrecciandosi magnificamente.

Lemon e Mofo sono altri due pezzi importanti del mosaico. Per la prima Bono si ispira ad un vecchio filmato, forse l’unico, che ha della madre con questo bellissimo vestito giallo limone.
Con Mofo invece arriva ormai l’accettazione del dolore e la consapevolezza che se Bono ora è questo uomo e questo artista, nel bene e nel male, lo deve ad Iris.

Chi ha visto anche solo uno spettacolo di questo iNNOCENCE + eXPERIENCE Tour può sicuramente ricordare cosa ha provato mentre veniva suonata Iris.
Anche chi non è toccato minimamente nella sfera personale dalla vicenda di Bono e di sua madre si è almeno commosso un minimo durante la performance live di Iris.

Per due sere consecutive ho visto il Pala Alpitour con gli occhi lucidi durante la canzone, ognuno commosso per una ragione diversa o per profonda empatia.

Tutto quello che si è detto fino ad ora si concretizza nelle immagini sullo schermo durante il concerto: ancora immagini di stelle e di costellazioni, qualche foto della famiglia Hewson, di Iris e Bono che vorrebbe essere abbracciato da lei, stretto come se fosse una persona veramente vicina, intima… ed infine l’immagine che riassume tutto.

C’è questa giovane donna che corre, sembra correre all’infinito mentre Bono allunga una mano come per toccarla o magari per riuscire a prenderla ma non ci riesce.
Iris (Hold Me Close) è tutta qui. Dopo 40 anni Iris è di nuovo visibile, è qui.

“Se anche c’è una luce non sempre puoi vederla” ma “l’oscurità ci fa vedere chi siamo”.

 

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