U2 The Joshua Tree Tour 2019

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L’album dei ricordi

Inserito da on marzo 8 – 22:10 | 890 visite

Sfogliando tra le tante riviste del 1987, me ne è capitata sottomano una in particolare chiamata “Il mucchio selvaggio”, con una splendida recensione di Massimo Cotto. Il periodo è quello dell’aprile 1987, durante il quale gli U2 tirarono fuori dal cilindro quello che a detta di molti fu il” The Rock Hottest Ticket”,cioe’ il biglietto piu’ caldo del Rock: The Joshua Tree. Domani 9 marzo saranno passati 25 anni dalla nascita dell’Albero Di Giosue’.

 

 

1.DESERTLAND
“Ora sai bene che è tempo di andare
Sotto la pioggia ghiacciata e la sferzante bufera di neve
Dovrai solcare le distese di dolore
Fino a giungere a quella luce che ora è cosi distante
Le mura della città hanno ceduto e sono cadute
Ora c’è polvere e uno schermo di fumo tutto intorno
Lungo la frontiera noi fuggiamo
Fuggiamo senza voltarci indietro
Stanotte”.

La meravigliosa fuga di ‘A Sort Of Homecoming’ dalle rovine della cultura occidentale, dai ruderi miseri e decadenti del castello arso dal fuoco, ha condotto Adam Clayton, Paul Hewson, The Edge e Larry Mullen finalmente a casa. O almeno in quella che il gruppo ritiene debba diventare la nostra casa dopo la degradazione dei valori che fino a questo momento ci hanno circondato: il deserto, la distesa sconfinata di sabbia dove le strade non sono segnalate perchè non esistono, e dunque non hanno nome; un’apertura solo apparentemente arida, priva di vita, ma al cui centro, all’improvviso, può sempre sorgere un albero, The Joshua Tree, una speranza di rinascita, come simboleggiato dalla copertina interna, o una rosa del deserto, come evocato ne ‘ln God’s Country’: “Il fiume scorre, ma presto sarà in secca / Abbiamo bisogno di nuovi sogni stanotte / Una rosa del deserto / Ho sognato di vedere una rosa del deserto”.
E considerando che ogni copertina degli U2 è sempre stata ampiamente sintomatica del suo contenuto (la freschezza e l’innocenza del bambino di ‘Boy’ riflesso dell’adoleseente che ha sempre presente il proprio ‘io’, se stesso davanti e dentro le cose; l’incupirsi dei toni di ‘October’ specchio dei primi fallimenti personali e della quiete autunnale che pervade i solchi; lo stesso bimbo dell’esordio sulla copertina di ‘War’ con i capelli scomposti, gli occhi dallo sguardo più duro e il labbro tagliato a ricordare che la guerra di cui si parla è vista a livello emotivo e non può essere simboleggiata con immagini di battaglie o carri armati sulla front cover; le rovine su ‘The Unforgettable Fire’) è importante soffermarsi sul deserto e su ciò che esso rappresenta.
La grandezza dei deserti deriva dal fatto che essi sono, nella loro secchezza, il negativo della superficie terrestre e dei nostri umori civilizzati, il luogo in cui fluidi e umori si diradano e in cui discende direttamente dalle costellazioni, tanto l’aria è rarefatta, l’influenza siderale; osservate il video di ‘With Or Without You’ e percepirete questa strana atmosfera, nonostante le immagini mostrino semplicemente il gruppo mentre suona.
Il silenzio del deserto è anche visivo. E’ fatto dell’estensione dello sguardo che non trova niente su cui riflettersi.  Nelle montagne non può esserci silenzio, perchè le montagne urlano con il loro rilievo.  Anzi, perchè ci sia silenzio bisogna che anche il tempo sia in un certo senso orizzontale, che non vi sia eco del tempo nel futuro.  E ‘The Joshua Tree’ è indubbiamente un album orizzontale (“Ci siamo allontanati per affrontare il freddo, il gelo permanente / Mentre il giorno implorava pietà alla notte / Il tuo sole cosi intenso non lasciava ombre, solo cicatrici / Scolpite nella pietra sulla faccia della terra”, ‘One Tree Hill’) tanto quanto ‘The Unforgettable Fire’ era verticale; il penultimo microsolco era una ricerca continua, una rottura completa col passato guidata dal grido disperato, a baratro, di Bono, mentre ‘The Joshua Tree’ è molto più apertamente, in ogni senso, americano.
Nel deserto il colore è come impalpabile e staccato dalla sostanza, diffranto nell’aria e fluttuante alla superficie delle cose – di qui l’impressione spettrale, ghostly, e al tempo stesso d’immagine velata, traslucida, statica e sfumata dei paesaggi del deserto.  Nel deserto, rocce, sabbia, cristalli, cactus sono eterni, ma anche effimeri, irreali e avulsi dalla loro sostanza; la vegetazione è minima, ma indistruttibile e ogni anno, a primavera, esplode il miracolo dei flori. Il deserto è al di là della transizione abietta del corpo verso l’annullarsi della carne, al di là della fase maledetta della putrefazione; è fase “luminosa” della morte in cui si conclude la corruzione del corpo.
Per questo la copertina di ‘The Joshua Tree’ è lucidamente in bianco e nero; per questo c’è quell’albero che rinnova la forza tremendamente positiva del gruppo; per questo, sulla sabbia del deserto, gli U2 hanno scritto il loro epitaffio a Greg Carroll, il roadie scomparso a soli 26 anni.
Per tutto questo, per la corrispondenza cosi sorprendentemente precisa che c’è fra i segni e i loro rimandi, per la constatazione che, per la prima volta, tutto sembra (ho detto sembra)perfettamente chiaro e delineato, si ha l’impressione che gli U2 abbiano chiuso un cielo, che ‘The Joshua Tree’ sia un punto d’arrivo oltre il quale non è lecito spingersi.
Sicuramente continuerà la loro ricerca disperata (e disparata) di nuove tensioni, sogni e sensazioni, ma verranno condotte verso nuove direzioni. ‘The Joshua Tree’ è dunque un capolinea, ma ci sono nuovi autobus che partono da dove gli U2 sono scesi.  Tutto sta nel scegliere quelli giusti.

2. OUTSIDE IS AMERICA
“Mentre i bambini dormono
Attraverso i vicoli di una silenziosa strada di città
Su per le scale fino al primo piano
Giro la chiave e lentamente apro la porta
Un uomo soffia con forza dentro un sassofono
Attraverso i muri si riesce a sentire il lamento della città
Là fuori è America
Là fuori è America”.

Se ‘The Unforgettable Fire’, grazie soprattutto alla guida di Brian Eno, poteva essere considerato il disco europeo degli U2, è indubbio che ‘The Joshua Tree’ volge lo sguardo al Grande Paese, in particolar modo (come ha magistralmente sottolineato Bill Graham su Hot Press) agli spettri, ai fantasmi che abitano l’animo americano.
Viste le recenti dichiarazioni di Bono (“Non abbiamo radici come gruppo, siamo vaganti nello spazio.  Invidio Dylan e Van Morrison, loro hanno una collocazione”) e le difficolta frammiste a imbarazzo incontrate dal cantante durante una pausa della lavorazione di ‘Dirty Work’ degli Stones (“Keith Richards non parla molto, il rock’n roll è il suo discorso d’amore. Riusciva a parlarmi attraverso le sue canzoni e io non potevo rispondergli perchè non ho un background musicale.  Gli U2 sono cresciuti mandando affanculo il blues.  La mia collezione di dischi parte da ‘Horses’ di Patti Smith”), ci si poteva forse aspettare un’intrusione più radicale sui terreni del blues, una spinta più in profondità verso le radici.
Invece, le aderenze sono marcate, ma solo a livello di feeling (anche se, spulciando, si scoprono molti riferimenti, dai richiami a Bob Dylan e soprattutto Neil Young in ‘Trip Through Your Wires’ agli Stones di ‘Beggar’s Banquet’ in ‘Running To Stand Still’ per non parlare del Ry Cooder di ‘Paris, Texas’ nei tre tocchi iniziali della stessa) perchè ciò che interessava gli U2 era la ricerca dell’anima blues, del suo cuore, non del corpo. A questo risultato sono giunti anche grazie all’impeccabile lavoro di Daniel Lanois (coproduttore insieme a Brian Eno), bravissimo nell’avvicinare il gruppo alla concisione di un prodotto finito lasciandolo però “galleggiare” senza comprimerlo.

3. INSIDE YOU TOO
La trilogia di canzoni che apre ‘The Joshua Tree’ è anche la più immediatamente fruibile dell’intero album; nell’ordine inverso di quello con cui appaiono su L.P., tutti e tre i brani vedranno la luce come singolo.
‘Where The Streets Have No Name’ è molto efficace nel suo impatto tanto musicale quanto programmatico (‘Siamo stati sconfitti e in balia del vento / Calpestati nella polvere / Ma ti mostrerò una distesa deserta più elevata / Dove le strade non hanno nome”), mentre ‘I Still Haven’t Found What I’m Looking For’ e ‘With Or Without You’ risentono forse di un’eccessiva oreechiabilità e perdono, lievissimamente, ma in modo percettibile, sapore man mano che si intensificano gli ascolti (inoltre, il primo rimanda a ‘Sleeping Tide’ degli In Tua Nua, e il secondo a ‘Heroin’ dalla colonna sonora di ‘Captive’ composta da The Edge).
La prima grossa svolta di ‘The Joshua Tree’ è ‘Bullet The Blue Sky’, introdotta da uno straordinario, secco violento duetto chitarra-batteria, dal ritmo cornpatto e incalzante e dai testi in cui cornpaiono sullo stesso fondale i riferimenti biblici (in misura molto maggiore inquest’ultimo disco che nei precedenti) a Giacobbe e quelli di una realtà ben precisa, l’America; come Giacobbe si era ciecamente illuso di poter fermare il sole, sarà altrettanto impossibile arrestare la decadenza della civiltà occidentale: “Nel grido del vento scende una pioggia pungente / Vedo i volti carichi di paura fuggire spaventati nella valle”.
Chiude il primo lato ‘Running To Stand Still’, una stupenda ballata acustica di sapore country con The Edge al piano e Bono all’armonica; molti gruppi impiegano un’intera carriera per dare alla luce un pezzo cosi semplice e cosi intenso.  E molti altri non ci riescono.
La seconda facciata si apre con un altro esercizio inedito per gli U2, un’altra escursione nei meandri del sound del Grande Paese: ‘Red Hill Mining Town’ ha un intro di chitarra che potrebbe benissimo appartenere a Jackson Browne, ha i coretti stile anni ’70 in sottofondo e una deliziosa tastiera.
Ne ‘In God’s Country’ si ritorna alle chitarre sovrapposte – alla maniera di ‘Wire’ – ma il pezzo rimane di difficile interpretazione. ‘Trip Through Your Wires’, un’altra ballata, è la composizione pia vecchia dell’album essendo già stata presentata più di un anno fa a TvGa Ga.
Seguono tre brani sensazionali; così come la trilogia iniziale appariva piuttosto scontata, ‘One Tree Hill’, ‘Exit’ e ‘Mothers Of The Disappeared’ sono una stupenda conclusione a quest’ultima fatica del gruppo.
‘One Tree Hill’ è un accorato, struggente canto a Greg Carroll, deceduto in un incidente motociclistico l’anno scorso, che inizia con un tratteggio quasi africaneggiante di chitarre che si snoda guidato dalla voce ispirata come non mai di Bono, per concludersi in un crescendo dapprima aggressivo e poi culminante in puro gospel da brividi: “Non credo nelle rose finte o nei cuori che sanguinano / Mentre i proiettili violentano la notte / Ti rivedrò quando le stelle cadranno dal cielo / E la luna si è fatta rossa sopra One Tree Hill / Noi scorriamo come un fiume verso il mare”.
La tensione impressionante che si respira nell’ultima parte del brano continua, con schemi diversi, in ‘Exit’, dove la voce è volutamente soffocata dalla violenza di basso / batteria / chitarra: “Lui ha visto che le mani che costruiscono sono le stesse che distruggono”.  E’, in un certo senso, la vera conclusione dell’album che riporta là dove si era partiti: al decadimento spirituale e materiale dell’Occidente per mano di noi stessi.
‘Mothers Of The Disappeared’ (madri degli scomparsi), un toccante tributo ad Amnesty International, al cui flanco gli U2 si sono schierati in molte occasioni, è l’ennesima dimostrazione della sensibilità di Bono, della sua capacità di toccare le corde giuste con poche, semplici parole su un tessuto sonoro ripetitivo, ma non ossessionante (pensate a ‘Silver And Gold’ scritta per Sun City):
“Mezzanotte, i nostri flgli e le nostre figlie / Sono stati colpiti e strappati a noi / Possiamo sentir battere i loro cuori / Nel vento / Riusciamo a sentire le loro risate / Nella pioggia / Vediamo le loro lacrime / Tra gli alberi / I nostri flgli giacciono nudi / Attraverso queste mura / Le nostre figlie piangono / Vediamo le loro lacrime nella pioggia che cade”.

4. EXIT
‘The Joshua Tree’ è, in conclusione, un album esemplare, perchè continua a scavare dentro di noi ascolto dopo ascolto, seguendo gli U2 nella loro ricerca d’identità, e perchè, ancora una volta, Bono e compagni sono riusciti a non far rimpiangere l’assenza di radici.
In fondo, crediamo, il fatto che la loro musica sembri sospesa nel cosmo, libera nello spazio, permette loro di creare qualcosa di assolutamente unico e trascinante, di sfiorare le varie forme e i diversi generi senza farsi inchiodare a terra.
L’importante è che conservino quel filo di continuità tra le loro storie e con la loro storia, che ha alimentato, in questi sette anni, il loro fuoco indimenticabile.

Massimo Cotto

 

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