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Zooropa: a vent’anni dal suono dell’evoluzione

Inserito da on luglio 5 – 20:32 Un commento | 788 visite

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di Stefano Gallone per wakeupnews.eu

Usciva proprio il 5 luglio del 1993 uno dei dischi più discussi ma al contempo più controversi, sperimentali e, proprio per questo, affascinanti di una delle band di usufrutto comune più importanti dell’intero panorama musicale mondiale. In quella data, infatti, gli U2 di Bono, The Edge, Adam Clayton e Larry Mullen jr davano alle stampe Zooropa, contorto e intrigante semi-gemello del precedente capolavoro battezzatoActhung baby (1991), già di per sé punto focale di netta svolta nei confronti delle precedenti produzioni del leggendario quartetto irlandese (album come Boy,OctoberWar ma soprattutto The unforgettable fire e il dittico statunitense The Joshua tree Rattle and humentrarono fin da subito, con pieni meriti, nell’olimpo della storia musicale più recente.

Se gli U2 di oggi sono sinonimo di spettacolarità intermediale da palcoscenico futuristicamente godibile da tutti i sensi umani, in buona parte lo si deve proprio all’inarrestabile esperienza artistica che Bono e soci hanno vissuto dal 1991 al 1993 inoltrato, ovvero quella corrispondente all’epocale ZooTv tour (inizialmente progettato come fittizia trasmissione radiofonica con tanto di interviste ricostruite in studio, raccolto nella sua unicità soltanto nello splendido bootleg Outside Broadcast), megagalattico progetto di concerti in ogni parte del mondo che, forse per una delle prime volte in assoluto, faceva assiduo uso di qualunque medium di massa (televisione, musica, radio, parola scritta semioticamente a stento percettibile eppure psicologicamente assillante) per dimostrare come uno spettacolo moderno, a volte, non sia solo sinonimo di puro divertimento. Lo spiegava bene l’incipit di ogni tappa del tour (ben visibile in rete quello monumentale di Sidney, raccolto in un apposito dvd): un vero e proprio bombardamento di suonirumori e visioni da megaschermo dove ogni singolo messaggio, dalla più futile pseudopubblicità alle adunate in massa sotto la pestifera influenza hitleriana, aveva il suo ruolo e il suo significato non letterale ben preciso (fino ad arrivare all’ingresso in scena di un Bono proveniente dalle fondamenta del palco e indicante il sovrastante schermo per mostrare le stelle dell’Unione Europea privarsi di una di esse, presumibilmente l’ex Jugoslavia allo sfracello).

Il risultato di tutta questa esplosione di creatività concettuale confluì nella scrittura di tanti nuovi branitra una tappa e l’altra di un tour che, nel frattempo, durava da un paio di anni. Dieci di questi tasselli confluirono proprio in Zooropa, ottavo album in studio della band irlandese e disco ostico, completamente distaccato sia dal suo rivoluzionario predecessore che dalle fondamentali esperienze degli anni ’80 forse perché, in un certo senso, inglobava entrambe le caratteristiche con, dalla sua parte, sia un rinnovato versante melodico che un approccio alla composizione elettronica ancora più marcato rispetto alla precedente e indimenticabile esperienza, frutto della monumentale evoluzione stilistica guidata da un certo Brian Eno e un signor Marc “Flood” Ellis (Nine Inch Nails, Smashing Pumpkins, Depeche ModeNick Cave, Jesus and Mary Chain, eccetera). A contornare il tutto, però, presiedevano forse i testi più criptici e concretamente oscuri che la penna di Paul “Bono” Hewson avesse mai trascritto su carta.

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Gli U2 al tempo di “Zooropa”: The Edge, Larry Mullen jr, Bono e Adam Clayton (lunarboulevard.blogspot.com)

Lo si nota bene fin dall’incipit della omonima traccia d’apertura, densa di riferimenti e citazioni tratte direttamente da svariati spot pubblicitari europei, passando per le ossessioni romantico-sessuali di Babyface (innamorarsi di un corpo bidimensionale stampato sul nastro di una vhs), i deliranti “must” proibitivi della pulsante Numb (ode all’alienazione mediatica cantata, anzi recitata da The Edge), l’indecifrabilità dei pensieri, sogni e ricordi di Lemon, la diretta provenienza da colonna sonora wendersiana della splendida Stay (Far away, so close), l’apparente semplicità di Some days are better than others, fino ad arrivare alla solenne poesia catartica della ineguagliabile The first time («Mio padre è un uomo ricco / Indossa un mantello da uomo ricco / Mi diede le chiavi del Suo regno (a venire) / Mi diede un calice d’oro / Disse “Io ho molti palazzi / E ci sono molte camere da vedere” / Ma io me ne andai dalla porta sul retro / E gettai via la chiave») nonché alla struggente nenia camuffata da folk song post atomica di The wanderer, affidata nientemeno che alla sublime voce di Johnny Cash («Andai alla deriva / Attraverso le capitali del denaro / Dove gli uomini non possono camminare / O parlare liberamente / Ed i figli sottomettono i loro padri / Mi fermai fuori da una chiesa / Dove ai cittadini piace sedere / Loro dicono che vogliono il regno / Ma non ci vogliono Dio dentro»).

Quale migliore occasione, dunque, per riassaporare e rivalutare un disco davvero importante, relegato in secondo piano negli anni solo perché non compreso fino infondo, non vissuto, non percepito come avrebbe realmente meritato.

 

E VOI COSA NE PENSATE?

 

Via | wakeupnews.eu

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