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Pop: Vent’anni di oblio.

Inserito da on marzo 3 – 00:01 | 236 visite

Marzo 1987. The Joshua Tree.

Proviamo a prendere, per esempio, la foto di copertina di The Joshua Tree sul nostro pc. La apriamo con un qualsiasi programma grafico e tra le varie funzioni scegliamo quella dello “specchio”. Che risultato otteniamo? La stessa identica foto ma con tutti gli elementi invertiti di posizione da destra a sinistra e viceversa.

Nel nostro caso otteniamo una proiezione nel futuro, esattamente dieci anni dopo, a Marzo del 1997.
Pop è “la foto specchiata” di The Joshua Tree. È questione di prospettiva.

Pensiamo al capolavoro Where the streets have no name. La canzone ha dentro un senso di gioia straripante, è una gioia quasi disperata per quanto è forte.
Andando a fondo però vediamo come la prospettiva possa cambiare, se ci fermiamo un attimo a riflettere.
Where the streets have no name presenta immagini catastrofiche: muri che si innalzano, gigantesche nubi di polvere, pioggia avvelenata, amore che si distrugge ormai arrugginito, città sotto un diluvio senza fine, un vento tremendo che avvolge il cammino nella polvere e rovine di antiche città.

Le immagini oscure proseguono poi in Bullet the blue sky: ancora un vento tremendo che rende le gocce di pioggia chiodi che si piantano nelle anime, semi del demonio da cui nascono fiori di fuoco, croci in fiamme, aerei da guerra che bombardano villaggi di persone indifese, un cielo squarciato.

In Exit viene raccontato un omicidio nel profondo della notte come in un romanzo noir, in Mothers of the disappeared è ancora la notte la protagonista indiscussa, che nelle sue ombre nasconde vite innocenti rubate a questo mondo.

Estrapolando queste immagini da questo contesto vediamo come The Joshua Tree nasconda dentro di sé il seme della discesa, metaforica, nell’abisso dell’animo umano, che ha visto gli U2 protagonisti negli anni ’90.
Questo cammino si è concluso proprio con Pop.

Usiamo lo stesso metodo di prima. Prendiamo tutte queste immagini catastrofiche e capovolgiamole con la funzione “specchio”.
Ora siamo a Marzo 1997.

Non ci soffermeremo a lungo sulle singole canzoni perché di recensioni e analisi di Pop ne è pieno il mondo del web.
Quello che ci interessa capire è cosa è accaduto agli U2, perché il 1987 ed il 1997 sono due punti di svolta fondamentali della loro carriera.

Tutte quelle immagini di distruzione che ci sono apparse in qualche modo lontane nel 1987, dieci anni dopo diventano reali.
È caduto un muro e ne sono stati eretti altri, è finita la Guerra Fredda ma ne sono iniziate altre – su tutte il conflitto che ha dilaniato i Balcani per tutti gli anni ’90, una guerra che ha rischiato di far saltare molti equilibri internazionali -.
Dopo il 1989 erano state promesse tante cose all’Europa e, più in generale, queste cose erano state promesse a tutto il mondo.
La stessa idea di Europa era una grande promessa, un sogno. Un sogno che oggi vive su un filo sottilissimo.
Le istituzioni politiche hanno iniziato una lenta crisi che ad oggi, nel 2017, mette in luce tutti i difetti della Democrazia come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi.
La religione è in crisi così come lo sono molte persone a livello generazionale.
È una perdita di orizzonti e valori a livello globale, argomento che richiama involontariamente questioni filosofiche affrontate, tanto per fare un esempio, da HeideggerJünger.

In Pop c’è tutto questo.
È un lavoro, anzi, un Capolavoro di profondità per musica e parole perché qui forse ci sono davvero i testi migliori di Bono.

Tutte quelle visioni di catastrofi ora sono in qualche modo la realtà quotidiana della vita di tutti i giorni di un uomo qualunque.

Ecco che in Pop si affrontano torbide relazioni tenute in piedi solo dal sesso che però qui rischia di essere percepito come “sporco” e colpevole, ci si augura che arrivino addirittura gli Angeli a salvare il genere umano che pare dimenticato da Dio che qui viene percepito come assente o impegnato in altre questioni che non riguardano gli uomini.
In Staring at the sun si arriva a dire che tutto sommato è meglio fissare il sole e rimanere ciechi che vedere tutto quello che sta accadendo, che lascia addosso la sensazione che stia per arrivare l’ultima notte sulla Terra.
In Miami e The playboy mansion abbiamo un attimo di pausa con immagini più leggere sullo sfondo di una società che si dedica solo al consumismo, prima di If you wear that velvet dress dove ritornano ancora ambigue immagini di una relazione.
Please e Wake up dead man sono protagoniste, infine, insieme alle ombre che tornano di nuovo forti.

Pop è un trattato sull’animo umano che affonda in qualche modo le sue radici nella psicologia e nella filosofia e mai U2 erano scesi così a fondo nell’abisso che ognuno ha dentro di noi.
Quell’abisso dove risiedono i pensieri più impuri, i rimpianti, i rimorsi ed i sensi di colpa, il sentirsi vittime e l’autoindulgenza.

Ma se Pop è questo capolavoro di profondità perché parliamo di oblio, oggi nel 2017?
Che cosa è successo in questi altri dieci anni?

Gli U2 sono una band che è riuscita sempre ad innovare la musica e ad innovare sé stessa nel corso della carriera ma, come dicevamo prima, il 1987 ed il 1997 sono due punti fondamentali.

Nel 1987 gli U2 sono diventati rilevanti a livello mondiale e sono rimasti su questa soglia di rilevanza per tutti gli anni ’90.
Pop ha avuto una gestazione travagliata, non come quella di Achtung Baby, che ha messo di nuovo in discussione gli equilibri interni della band: Bono e The Edge si erano fatti ancora una volta promotori di un nuovo corso della band. Adam e, soprattutto, Larry si muovevano più cauti su questo territorio sconosciuto in cui i quattro si stavano avventurando.

Ricordiamo che le sessioni preparatorie per questo album sono iniziate proprio senza Larry che era in convalescenza dopo un intervento per vecchi problemi fisici che si portava dietro da anni.
Lo stesso batterista poi non era contento della direzione che avevano preso i lavori per il progetto Passengers con Brian Eno (esperienza che si apre nel 1994 e si chiude poi nel 1995 dopo aver dato alla luce un album), pur abbracciando quell’idea di sperimentazione che ha fatto da base per Pop.
Bisogna considerare poi che la band non era affatto soddisfatta della resa di alcune canzoni, sia su album che in concerto, e per questo motivo alcuni brani – per esempio If God will send his angels e Please – furono mixati di nuovo prima di essere lanciati come singoli.

Parlavamo però della soglia di rilevanza.

The Joshua Tree ha dato agli U2 rilevanza. Pop ha instillato in loro la paura di perdere quella rilevanza. Ed ecco che arriva la crisi e poi l’oblio.

Dopo il PopMart Tour le canzoni di Pop sono state suonate in maniera già molto ridotta nel successivo Elevation Tour per fare poi qualche sporadica apparizione nel Vertigo Tour.
Da quel momento sono sparite dalle setlist, fatta eccezione per qualche snippet (sinceramente troppo poco per un album così).
Pop quindi segna l’inizio di questa paura che in qualche modo ha frenato gli U2 riguardo i loro progetti per il nuovo millennio: da All that you can’t leave behind in poi tutto ciò che abbiamo ascoltato è stato in qualche modo condizionato dai loro sentimenti derivati dal biennio ’97-’98.

Fa eccezione No line on the horizon che arriva esattamente dodici anni dopo Pop (2009).
La band sembrava aver acquisito un nuovo slancio artistico mirato alla sperimentazione ma poco prima della conclusione dei lavori, in vista di un uscita tra Novembre e Dicembre del 2008, la band decise di rimandare tutto ai primi mesi del 2009 per rimettere mano ad alcune canzoni, scriverne di nuove e cancellarne altre.
Non è un caso che No line on the horizon, con grande dispiacere, stia scivolando nell’oblio molto più velocemente di Pop.
L’album del 2009 ha sicuramente grandi idee al suo interno.
Tra dieci anni forse diremo di No line on the horizon quello che diciamo oggi di Pop.

Pop è il ritratto di quattro pionieri che pensano, erroneamente, di essersi spinti troppo oltre. Nonostante le sue immagini di decadenza e sconforto che purtroppo non ci abbandonano neanche oggi nel 2017, questo album forse rimarrà un tesoro nascosto nei tempi futuri ma proprio per la sua profondità e per la sua attualità (gli U2 avevano guardato nel futuro già vent’anni fa) è nostro dovere ricordarlo.

In conclusione torniamo alle immagini di Where the streets have no name e alle rovine di antiche città perché purtroppo ai nostri occhi oggi il Pop dimenticato degli U2 appare così.
Rovine da ammirare.

Speriamo ovviamente che un giorno la band torni a suonare le canzoni di questo album meraviglioso rendendogli la giustizia che merita.

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